Vita da C

di Sara Zilioli - Sede di Guaranda, SCU Ecuador 2024/2025

Quattro mesi per comprendere la vita di un campesino non sono sicuramente sufficienti, eppure un poco li ho osservati vivere. A un primo impatto i campesinos delle Ande ecuadoriane possono sembrare distaccati, piuttosto semplici, ingenui, ma quando iniziano ad abituarsi alla tua presenza, arrivano a sfoggiare grandi sorrisi, con pochi denti, e occhi vispi che dicono decisamente più delle parole. I campesinos vestono coloratissimi e con tanti strati di lana addosso: partendo dall’alto svettano cappelli a falde che riparano dal sole ai quali molte donne affiancano sciarpe per crearsi una sorta di protezione aggiuntiva, come una tenda che dalla testa scende alle spalle e si lega sotto al mento, tanti poncho di forme e modelli diversi proteggono i busti provati dal lavoro dei campi e per concludere grandi gonne nere pesanti per le donne e pantaloni per gli uomini. 

Tutti, bambini, adulti e vecchi indossano stivali di plastica, chi più chi meno, per proteggere i piedi dalla terra, dall’acqua e dal fango. I volti dei campesinos sono perennemente bruciati dall’esposizione al sole, con macchie e lentiggini sulle gote, le gote sono alte e definite, gli occhi piccole mandorle marroni, i nasi prevalentemente dritti e sottili e le bocche disegnate ad arte; i capelli sono neri, o comunque scuri, e le donne hanno l’abitudine di portarli lunghissimi, lisci come la seta, e raccoglierli in trecce o arrotolarli all’interno di lunghi nastri di cotone ricamati a mano. La statura media di queste persone è piuttosto bassa, ciò che colpisce, però, è la loro incredibile agilità negli spostamenti in quota; fra loro una buona percentuale è indigena, Kichwa nel caso delle comunità dei pressi di Simiatug. 

La prima volta che sono salita a quasi quattromila metri sul pàramo sono rimasta sconvolta dalla velocità e resistenza di chi sgattaiolava via senza mostrare alcun segno di fatica. Ricordo di aver pensato “quello è una capra o è un uomo, come fa?!”. Ma ecco, superato il primo impatto, estetico, visivo, ciò che è utile sapere è che i campesinos ecuadoriani sono gente che vive di agricoltura famigliare. Col termine campesinos si intende parlare non solo degli agricoltori presenti sulle Ande, ma anche di quelli che abitano e coltivano le zone dell’Amazzonia e della costa. Ciò che accomuna questa varietà di ambienti, paesaggi e coltivazioni, però, è l’idea di un lavoro che mira all’autoalimentazione, e quindi all’autosostentamento famigliare, al rifornimento alimentare delle città, alla protezione della biodiversità, alla conservazione dei suoli e delle sorgenti d’acqua, alla regolamentazione idrica nei paesi e all’organizzazione di piccoli circuiti commerciali. Pertanto segue ad un primo impatto, più superficiale, la presa di coscienza di trovarsi di fronte a grandi lavoratori che utilizzano un sistema circolare volto principalmente all’autosostentamento. 

Purtroppo l’introduzione delle monocolture di importazione negli anni ’80, su sollecitudine del Banco Mondiale, e i tentativi di inserimento delle logiche imprenditoriali internazionali sul territorio nazionale hanno provocato gravi danni dei quali si possono riscontrare tuttora gli effetti. Chiaramente non ci si può augurare di vivere di importazione, soprattutto visto l’alto potenziale dell’agricoltura campesina, la quale se gestita correttamente può essere efficace e incisiva. Affinché possa essere efficace, però, l’agricoltura campesina dovrebbe in primo luogo partire da una equa distribuzione delle terre, subito dopo dovrebbe garantire e sostenere una produzione che utilizzi semi propri, forte del sostegno finanziario e dei materiali adeguati e infine, il punto forse più problematico, dovrebbe tessere piccole reti commerciali con l’aiuto di trasporti e infrastrutture consone. 

opo i primi anni duemila si è cercato di valorizzare il lavoro dell’agricoltura famigliare campesina, l’apporto positivo che questa fornisce è riscontrabile tanto a livello ambientale, quanto sociale e culturale, eppure il lavoro da fare in prospettiva è davvero molto e complesso. Basti pensare al fatto che la redistribuzione delle terre è iniziata intorno alla metà degli anni ’70 e tuttora non si può certo dire che sia equa. Un’uscita sul campo nelle comunità andine è sufficiente per comprendere quante difficoltà ci siano a livello di infrastrutture: molte comunità, ad oggi, sono raggiungibili solo con strade secondarie, non asfaltate e spesso in pessime condizioni. 

E in realtà il problema si ripete anche nel sub-tropico, per fare un esempio, dove attualmente le monocolture più in uso sono quelle della caña da zucchero. La varietà di paesaggi ecuadoriana oltre ad essere incredibile dal punto di vista paesaggistico si tira dietro tutta una serie di difficoltà legate agli spostamenti, sia umani che materiali. La mancanza di capitale accentua tale difficoltà e talvolta le merci vengono spostate in maniera assolutamente precaria, con un rischio di perdita del carico elevatissimo. Ricordo il racconto di una coltivatrice di caña tenutosi durante una riunione nazionale sulla canna da zucchero, a Salinas, in cui diceva di aver perso tonnellate di prodotto in un fiume in seguito alla caduta degli sfortunati animali in acqua, non avendo strumenti di trasporto migliori. 

Altre giovani coltivatrici raccontavano delle difficoltà di raggiungere la finca dove lavorano tutte le mattine. Un’anziana signora, addirittura, raggiungeva ancora il luogo di lavoro a piedi, perdendo circa un’ora per tratta. Un altro grande problema è quello dell’acqua o più nello specifico di far sì che l’acqua raggiunga i campi e le comunità nelle quantità necessarie alle varie produzioni, facendo lunghi e tortuosi percorsi. Focalizzandomi sui campesinos delle Ande posso dire di aver visto gente che vive della terra, si chiama urlando da distanze improbabili, si aiuta nella ricerca dell’origine della fonte d’acqua che dà problemi, lega carichi pesantissimi in spalla e li trasporta a piedi per chilometri, si alza presto e va a dormire altrettanto presto e non scivola camminando sui campi di patate più scoscesi. 

Posso dire di aver visto la costanza nel lavoro che segue di giorno in giorno, quasi immutabile, in un paese che non ha le quattro stagioni e a volte sembra di ritrovare le persone, così come le vacche e i cani, immobili nelle stesse posizioni, ferme agli stessi angoli della strada o a ripararsi sotto i medesimi alberi. 

Però poi, di nuovo, ad uno sguardo più profondo sembra esserci altro: l’amore per la terra nelle mani consumate e plasmate dalla fatica, l’odore acre di terra mista a sudore emanata dai corpi instancabili, la capacità di leggere ogni più piccolo cambio del meteo solo alzando gli occhi al cielo, la determinazione nel condividere il cibo a disposizione e più di ogni altra cosa lo spirito di chi resta a lavorare la terra, avendo come unica certezza il fatto che l’acqua è vita.