Progetti di vita

di Silvia Pugliese - Sede Gondwana IPNA, SCU Argentina 2024/2025

Il Centro de Dìa della Fondaciòn IPNA è situato in provincia di Buenos Aires, una zona fuori dal centro urbano caratterizzato da grandi distese di verde, alberi e natura. Il centro ospita circa 35/40 utenti, giovani e adulti con diverse disabilità intellettive e disabilità motorie lievi. Con l’obiettivo di promuovere inclusione e autonomia, la Fondaciòn, offre una serie di attività e laboratori guidati da un gruppo di esperti che accompagnano i giovani nel loro percorso. La sede è ben attrezzata per rispondere a tutte le necessità degli utenti e conta molto sugli spazi e l’ampia aria verde che la circonda e la caratterizza. Tutte le attività sono scandite da un’organizzazione ben definita che prende il via alle 9:00 del mattino e termina alle 16:00, una routine quotidiana che concorre all’autonomia degli utenti. 

Alcuni laboratori proposti dal centro sono dedicati ad attività creative e artistiche, spazi di confronto per affrontare diversi temi, far emergere la parte più emotiva e personale: per esempio il laboratorio di arte e biblioteca, la quale crea un ponte tra realtà e immaginazione, spazio di ascolto e espressione attraverso la lettura di diversi testi, per esempio uno tra ultimi “El pricipito” ovvero “Il piccolo principe” che ha dato modo di sviluppare una serie di attività collegate all’arte, al disegno e al teatro, in cui giovani del centro hanno potuto esplorare le proprie possibilità e potenzialità. Altri Taller (Laboratori) sono invece pensati con l’obiettivo di aiutare i giovani a essere indipendenti in ottica lavorativa e professionale, tra cui emergono il Taller di catering e cucina, il Taller di orto e giardinaggio e il Taller di riciclaggio e medio ambiente; ma sono stati proposti anche laboratori di “Vida autonoma”, ovvero uno spazio appositamente pensato per imparare tutto ciò che riguarda la vita quotidiana: dall’igiene personale alla cura degli abiti e indumenti come fare la lavatrice o stirare. Questa prospettiva può essere definita uno dei punti di forza del Centro, in quanto mette i giovani in una condizione di poter apprendere un lavoro, poter ricevere, seppur simbolicamente, un proprio salario e poter creare un proprio “Un progetto di vita”.

Autonomia, come scrive Andrea Canevaro, “non è fare tutto da soli. È invece saper collaborare, saper domandare, saper mettere insieme. Per riuscire a fare bene questo c’è bisogno di due elementi: promuovere e valorizzare la dignità del singolo e sapere che la crescita dell’autonomia passa inevitabilmente dal riconoscimento di sé e dell’altro. La dignità non è una dimensione astratta; passa nella concretezza della quotidianità, fatta di vestiti, di pulizie, di atteggiamenti nelle situazioni pubbliche. È il riconoscimento, l’essere riconosciuti come soggetti liberi, adulti o che lo stanno diventando, ed è strettamente intrecciato alla dignità dell’autonomia.”

L’autonomia è intesa come la facoltà di determinarsi, libertà di agire e di pensare, possibilità di provvedere da soli alle proprie necessità, è uno degli obiettivi principali nello sviluppo di ogni essere umano; a questo si aggiunge il bisogno di apparenza. Il sentimento di appartenenza è infatti anche l’espressione di un fondamentale bisogno di ciascun individuo di sentirsi pienamente membro della collettività, un bisogno di sentirsi riconosciuto, di constatare che gli viene assegnato un ruolo cui sono associate delle aspettative. Nella crescita verso l’autonomia ci sono due ostacoli per il soggetto disabile: difficoltà dovute al deficit e atteggiamenti di paura e ambivalenze dell’ambiente interferenti con la sua autonomia potenziale. Spesso genitori, ma anche educatori, operatori, insegnanti adottano un atteggiamento assistenziale e protettivo, quasi per compensare con maggiore affetto e atteggiamenti più permissivi il disagio del deficit. Una buona autonomia personale, al contrario, è un requisito fondamentale per l’inserimento sociale e lavorativo. Autonomia significa, riconoscersi grandi e sentirsi tali, ciò porta maggiore motivazione ad assumere nuovi comportamenti e cercare di superare difficoltà.

In Argentina è in vigore una convenzione “La Convención sobre los derechos de las personas con discapacidad” approvata con la Ley (Legge) 26.378.

“Es un tratado de derechos humanos firmado por muchos países para reconocer el derecho de las personas con discapacidad a participar en toda la vida de la sociedad, sin discriminación de ningún tip” (https://www.argentina.gob.ar/justicia/derechofacil/leysimple/derechos-personas-con-discapacidad)

Questa convenzione è un trattato sui diritti umani firmato da molti paesi per riconoscere il diritto delle persone con disabilità e partecipare attivamente alla vita della società, senza discriminazione di nessun genere. La Conveciòn riconoscere alle persone con disabilità, come a tutte le persone, una serie di diritti: alla vita, all’educazione, a la vita indipendente, alla capacità giuridica, alla salute, tra questi il diritto all’ “Al empleo libre” ovvero al libero impiego. Cosa significa aver il diritto al libero impiego?

“La Convención reconoce el derecho de las personas con discapacidad a trabajar en el empleo que elijan. Prohíbe la discriminación por motivos de discapacidad en el empleo. También obliga a los Estados a asegurar que las personas con discapacidad reciban el mismo salario y las mismas condiciones de trabajo que los demás. Además de estas obligaciones, los Estados deben fomentar el empleo de las personas con discapacidad, asegurar su formación laboral, emplear personas con discapacidad, etc.”

(https://www.argentina.gob.ar/justicia/derechofacil/leysimple/derechos-personas-con-discapacidad )

“La Convenzione riconosce il diritto delle persone con disabilità a svolgere il lavoro di loro scelta. Vieta la discriminazione basata sulla disabilità sul lavoro. Obbliga inoltre gli Stati a garantire che le persone con disabilità ricevano lo stesso salario e le stesse condizioni di lavoro degli altri. Oltre a questi obblighi, gli Stati devono promuovere l’occupazione delle persone con disabilità, garantire la loro formazione professionale, impiegare persone con disabilità, ecc.”

È indubbio del resto che il lavoro costituisca per ogni individuo un aspetto fondamentale per l’inclusione sociale, ma come può la persona disabile, porsi come soggetto attivo nel mondo del lavoro? Si concorda con quanti asseriscono la necessità che si sollecitino processi di autonomia e di “appartenenza” ad una comunità da parte di coloro che a causa di diverse problematiche possono essere posti in situazioni di emarginazione, ampliando il quadro delle offerte lavorative.

Nel contesto italiano rispetto al tema della disabilità allungo studiato e approfondito esiste la possibilità del Progetto di vita, parallelo al PEI (piano educativo individualizzato) che invece si inserisce in ambito scolastico e che è lo strumento chiave per una didattica speciale dell’integrazione. Il progetto di vita diventa luogo delle possibilità e delle risorse rivalutando il ruolo, attivo, del soggetto. Il progetto di vita è un percorso formativo in cui sono presenti le diverse dimensioni della persona: biologica, affettiva, culturale, sociale, lavorativa, che si muove nella prospettiva dell’educazione continua al fine di garantire alla persona disabile il diritto di poter accedere a una piena e attiva cittadinanza. Un progetto in cui gli operatori coinvolti (della scuola, della sanità, dell’educazione in senso lato, compresa la famiglia), in sinergia, finalizzano i loro interventi a una cura tesa a far sì che il soggetto disabile sia sempre più in grado, progressivamente, di aver cura di sé stesso e degli altri, capace di gestire i passaggi evolutivi e i cambiamenti che intervengono nella vita. In questo processo di costruzione identitaria, imparare a lavorare, imparare un lavoro rappresentano aspetti fondamentali da affrontare, poiché implicano l’incontro con il limite e con il principio di realtà. Da un punto di vista lavorativo, le persone con disabilità possono presentare sia un’immaturità sul piano relazionale, avendo difficoltà ad attribuire un significato condiviso al termine “lavoro” e ad assumere adeguatamente il ruolo di lavoratore, sia scarse competenze professionali. Tale possibile situazione non deve essere tuttavia, come precedentemente affermato, considerata

immodificabile. La rigidità istituzionale tende, inoltre, a raggruppare in una categoria tutte quelle persone che rappresentano uno stesso stato di bisogno, come fossero genericamente assimilabili, prive di una propria specificità biografica.

L’osservazione attenta e partecipata, l’ascolto delle narrazioni fornite dal soggetto disabile stesso, dai suoi genitori, dai tecnici e da tutte le figure significative devono essere invece posti alla base di ogni progettualità volta a considerare le identità plurime della persona con disabilità, a non limitarla in una visione riduttiva dominata dal deficit e dall’incompetenza, a “guardare oltre”, alla sua possibile “adultità”, tenendo conto sia delle sue caratteristiche fisiche, strutturali, personologiche, sia delle variabili ambientali che possono condizionare le attività e la sua partecipazione.

La crescita è un processo faticoso, una conquista, soprattutto per il ragazzo disabile. Capire che si è in grado di fare delle cose, di misurarsi con le proprie capacità manuali, di avere delle relazioni, di fare delle esperienze personali fuori dalla famiglia, da soli, sono passi che vanno in direzione della crescita personale e del riconoscimento di sé come persona con i propri doveri e i propri diritti. Possiamo quindi concludere che, rispetto anche alla realtà del contesto sociale argentino in cui è inserito il Centro, il lavoro educativo, la metodologia e la prospettiva dell’autonomia e della socializzazione è del tutto all’avanguardia e al passo con gli sviluppi e gli studi dell’educazione e della pedagogia speciale a livello internazionale.