Mapu wake: despedida boliviana
di Marianna Viscuso- Sede Gondwana Area Cedin, SCU Bolivia 2024/2025
“Mapu wake”: così mi scrive Greta, una bambina di 5 anni, appena arrivata al centro di educazione integrale dove, insieme ad altri volontari, svolgo il Servizio Civile a Pampahasi, nella periferia di La Paz. La scritta sul post-it rosa in una lingua inventata e che dovrebbe essere aymara, è per lei un augurio, un saluto da rivolgermi nell’ultimo giorno prima della chiusura Natalizia del centro CEDIN II. Questa giornata inizia già densa, piena di felicità mista a nostalgia, insieme a quelle due sole parole scritte da una bimba con cui ho passato tutti i pomeriggi degli ultimi mesi.
Dopo tutto il tempo passato nelle aule del centro di Pampahasi, tra tareas, attività creative e laboratori, dover salutare tutti questi bambini non mi sembra neanche vero. La possibilità di non vederli più, mi ronza in testa tutto il giorno, mentre ci occupiamo delle varie attività pianificate per questa giornata, tra bimbi scorrazzanti e genitori, tutti insieme, tutti uniti in festa.
Questa giornata inizia con la restituzione ai genitori del lavoro svolto dall’equipe di educatori, un pò come una recita finale: balli e coreografie volte allo sviluppo della psicomotricità di ognuno, perché il centro di Pampahasi non è solo un doposcuola, dove i bimbi vengono “parcheggiati”, ma anzi uno strumento proficuo per lo sviluppo psico-pedagogico degli stessi, uno spazio sicuro e di ascolto e una risorsa per la comunità di riferimento.
Spesso è accaduto che, nei giorni in cui il centro non è aperto all’accoglienza degli utenti, il campanello squillasse e che dietro la porta ci aspettasse uno dei bimbi con cui portiamo avanti il progetto di appoyo escolar, anche solo per scambiare qualche parola, per raccontarci com’era andata la sua giornata o per sfogarsi quando quella giornata era no.
Dopo la restituzione dei bimbi tocca a noi volontari condividere qualcosa di tipico delle nostre usanze della nostra cultura, nel segno dell’interscambio culturale che sta dietro – o dentro – ogni esperienza di Servizio Civile. Insieme alla mia collega decidiamo di raccontare e di seguito mostrare, visto il clima di festa ed euforia, la tradizione della Tarantella. Ad avvalorare questo momento non è stato sicuramente il nostro talento, ma la curiosità di scoprire qualcosa dei nostri usi e costumi da parte del nostro centro ospitante, la voglia non solo di mostrarci le proprie usanze, spiegandoci con pazienza i significati di determinati gesti, modi di dire e tradizioni, ma anche di ascoltare e conoscere attraverso le nostre parole un pezzetto della nostra terra.
Come ogni despedida, ogni saluto qui in Bolivia, non può mancare un momento di convivialità condivisa. Nello specifico abbiamo imbastito le tavole con un apthapi sincretico; apthapi è una celebrazione collettiva aymara nella quale si condividono alimenti e saperi, sincretico perché invece del solito chuño (tipica patata disidratata), del choclo (caratteristico mais boliviano) e del platano bollito, abbiamo messo in tavola della pizza fatta da noi, sempre nel segno della condivisione e dell’interscambio.
Non sempre tutto è rosa e fiori, e ci sono momenti in cui mi trovo a mettere in discussione il mio ruolo e il mio impatto. Tuttavia, ciò che mi colpisce ogni giorno è quanto anche nei gesti più semplici si possa racchiudere un valore straordinario. L’interazione con le persone qui, lo scambio continuo che avviene, è la vera ricchezza che si racchiude nell’esperienza che il Servizio Civile Universale mi sta regalando. Questa opportunità ogni giorno mi ricorda che il cambiamento autentico arriva quando ci si apre all’altro, quando si supera la barriera delle diffidenza e si accetta di imparare, anche attraverso le difficoltà che l’immersione in un contesto così distante dal nostro può riservare.


