L’Ecuador tra amore, compañerismo e un bel po’ di schiaffi morali
di Giulia M. - Sede di Ibarra, SCU Ecuador 2024/2025
Alle 8 di mattina ci dicono che dobbiamo prendere una giacca pesante e aspettare sotto l’ufficio per la macchina, che dobbiamo andare a visitare delle fincas per un diagnóstico territoriale di un progetto di sviluppo rurale. Sbuffo, mi stranisco, mi sento inadeguata, non ho preparazione né una spiegazione da parte di qualcuno.
Quando ti parlano di impatto pensi sia normale, che saprai adattarti, ed è così alla fine, ma penso sia bello farlo con un ragionamento dietro. Dicono che qualsiasi cosa che ci riguardi è (ai nostri occhi) potenzialmente normale, finché la vita non ci dimostra il contrario, e non so perché ma ho la percezione che l’Ecuador questa cosa sappia dimostrarla con tutta la forza che ha. Almeno per me sta funzionando così. Il primo schiaffo morale me l’ha dato proprio facendomi vedere che non ci sono solo i miei, nostri, modi di fare e pensare (che a leggerlo così meriterebbe quasi un “ma va?”, con giusto una punta di sarcasmo) e che, guarda un po’, alla fine anche altri tipi di organizzarsi, modus operandi, tempi e modalità portano al compimento di determinate cose. Questi tempi. Alla fine da che ho iniziato sbuffando, ho sorriso tra me e me pensando che arrivo a prendermela solo perché si fanno le cose all’ultimo, pensando che non è tutto così veloce come sono abituata a vederlo, e credo che la tipica lentezza andina abbia molto da dire su questo.
Andiamo infine in macchina, una classica camioneta stile ecuadoriano, necessario complesso fuoristrada se si vuole leggermente uscire dalla città: siamo infatti diretti verso il territorio del pueblo Karanki, letteralmente alle falde dell’Imbabura, e me ne rendo conto solo quando i dossi sono così alti e la strada così dissestata da traballare (ancor di più perché alcuni tratti di strada noi giovani e forti ce li facciamo – a dirla tutta con gusto – sul cassone del pick-up). La visita, capisco man mano che andiamo avanti, si basa su varie tappe: c’è con noi una tecnica del fepp, Dianita (perché quando si può si inserisce sempre un diminutivo), con il ruolo di fare domande specifiche ai piccoli produttori e piccole produttrici. Cerco di captare il modo di parlare e relazionarsi, come entrare in contatto con le persone della comunità senza risultare ingombranti e invadenti, cerco di capire l’obiettivo finale del levantamiento delle informazioni.
Ciò che però mi rimane più impresso, man mano che passiamo da una finca all’altra e parliamo con più persone, man mano che vivo qui e ho la splendida opportunità di assaporare e immergermi nel territorio, è l’appartenenza alla propria terra, qualcosa di cui si sente parlare così tanto ma che forse non si capisce sempre così a fondo. Per tutti coloro con cui parliamo i loro ettari di terra (che sia solo uno o che siano di più, che abbia al suo interno una serra ben fatta o che abbia solo un orto con un qualche sistema di irrigazione arrangiato) rappresentano molto più del sostentamento, hanno la valenza di essere ciò su cui pongono e ripongono il loro stesso essere. Rifletto su questa cosa e penso che, filosoficamente parlando, si può assimilare alla non-alienazione: Hegel racconta della dialettica servo-padrone come fase della fenomenologia dello Spirito e del suo compimento, e tale dialettica ha in sé il concetto di alienazione come lavoro manuale eseguito da qualcuno che, poi, non ne usufruisce, non arrivando a rispecchiarsi in quel lavoro, non potendo coglierne i frutti, non riconoscendosi in esso. Marx arriverà poi, da qui, a formulare quella che è la vera alienazione, quella del lavoro proletario. Credo che questa terra sia molto più di uno spazio di lavoro e sostentamento, quanto più uno spazio di appartenenza, qualcosa che si necessita per non sentirsi alienati, estraniati.
L’appartenenza che si percepisce risiede, credo, anche nella volontà e necessità di assicurarsi il famoso concetto di sovranità alimentare, un qualcosa di così importante da essere inserito nella costituzione del Paese, che equivale al poter dire: sono io che decido sul mio sostentamento, non gli altri Paesi, non il mercato, non le grandi aziende; sono io che curo me, il mio intorno, la mia comunità, per poterci assicurare che ognuno abbia ciò che necessita. Forse il senso stesso della sopravvivenza risiede in tutto ciò.
Arrivare a vivere in Ecuador ha significato per me, tra le altre e tante cose, toccare con mano per la prima volta gli effetti dell’individualità umana, vedere con concretezza tutti i pensieri che prima erano solo teorici. Mi sembra come se l’intreccio di fili che connette l’umanità sia più chiaro e confuso che mai: non mi viene difficile rimettere insieme i pezzi, collocare ciò che ho sempre vissuto in un’altra ottica, posizionare l’”altro mondo” nella sua corretta posizione, imparare a dire “colonizzazione dell’America Latina” e non “scoperta”, mettere in discussione gli ideali stessi con cui sono cresciuta, cercando di capire quali vanno salvati e quali no. Tutt’altra cosa è viverlo: viverlo significa anche assistere alla ricerca sconfinata verso quel grande sogno di potere e accumulazione di capitale e non poter fare né dire niente, non avere il diritto di dare suggerimenti; significa porsi in questa nuova ottica con i propri meccanismi di sempre, che ogni tanto faticano a ingranare in un altro modo, e mi fanno innervosire per cose superficiali.
Ci accompagnano nelle varie visite anche due compañeros che poi ci portano in una casa in costruzione appartenente a uno dei due: niente più che una base cementata e tanti massi in attesa di essere collocati attorno. La casa in costruzione è alla fine della salita, su una collina (se si può continuare a chiamare così qualunque rialzamento che si trovi sopra i 2000 metri) che affaccia letteralmente su Ibarra, all’orizzonte solo una distesa infinita di altre colline e montagne, una dopo l’altra, fino a perdersi (che mi fa sempre emozionare un po’, abituata come sono solo a una distesa di palazzi davanti a me), soprattutto con la luce giusta, e ogni giorno c’è una luce giusta. La giornata è limpida, chiara, non fa caldo a meno che non si stia troppo tempo sotto il sole, così forte da sentirlo arrivare nelle ossa.
È qui che uno dei compañeros, Wilman, prende un bastone e inizia a rappresentare graficamente, a terra, la Chakana, la Croce Andina della loro cosmovisione, l’antico segno appartenente alla tradizione inca precolombiana che prevede tre princìpi base della cultura andina. In uno dei quattro quarti appartenenti alla croce si situa la minga, parola kichwa che sta per “mutuo lavoro collettivo e gratuito con fini di utilità sociale”. Penso, allora, alla prima señora incontrata, nella sua finca, sola coi suoi bimbi e con il suo autocostruirsi, e la ricolloco in uno spazio e in una cultura di cui io non so assolutamente niente, non so com’è viverci, non so com’è relazionarcisi; la ricolloco in una cultura che vede nell’aiuto reciproco uno dei pilastri del vivere, che ha lottato e deve, vuole, continuare a lottare per far sì che tutto questo non venga cancellato, in nome di un’auto costruzione basata sulle singole forze connesse. Sento parlare della minga e oltre all’immenso interesse che questo concetto mi suscita, mi sento quasi inadeguata: come si può pensare di avere in mano le verità quando esistono così tante sfaccettature di pensieri, modi di relazionarsi, vivere i territori? Forse è proprio la paura, l’enormità, di questa sensazione che spinge le persone a prevalere sulle altre, per non sentire quella sensazione di quasi inadeguatezza. Forse è proprio la paura di dipendere così tanto dalle altre persone che ci ha spinto, nel tempo, a un individualismo sfrenato, quasi ostentato, visibile nelle così innovative tecniche di lavoro o nei sempre più invadenti monolocali cittadini o ancora nel non alzare lo sguardo ed evitare il contatto visivo nei mezzi pubblici.
Un elemento che mi tiene stretta forte all’Ecuador e agli spazi che sto fortunatamente vivendo quest’anno è proprio la sensazione di compañerismo, comunità. È, per me, percepibile in tante dimensioni, a partire dalle signore delle tienditas che rimandano ad altre quando hanno terminato ciò che si cerca, a finire con l’integrazione tangente all’interno degli spazi “dal basso” della città. Vivere, ad esempio, spazi di sport autogestito, osservare tentativi di incontri e raduni per alzare la voce, parlare con chiunque voglia esprimere il suo punto di vista del mondo, tornare dopo 15 giorni con la paura di (ri)sentirsi un’estranea per poi scoprire che ci si può sentire comunque al proprio posto, che non è mio, tuo, né suo, è di tutti e di chi vuole viverlo, nel rispetto reciproco. Capire che si può condividere ciò che si ha senza il terrore che ci venga portato via, in una reciproca e costante attenzione all’altr*, al territorio che si vive, ai corpi di appartenenza, alla natura e naturalezza del contatto con essa.
A fine giornata ripenso ai mille motivi che potrei trovare (e trovo) quotidianamente per innervosirmi, alla fretta inutile che mi (ci) caratterizza, all’importanza dell’individualità ma al passo che manca per reintegrarla in un senso comune, a tutti i fili intrecciati che ogni persona si porta dietro e che, volente o nolente, si intrecciano con quelli di tutt* gli altr*. Questo è ciò che mi sta dando l’Ecuador a fine giornata, a fine mese, a fine anno, e che vorrei tenere con me.


