Le formiche argentine

di Arcangela Dicesare - Sede Gondwana Lanus, SCU Argentina 2024/2025

“Noi non lo sapevamo, delle formiche, quando venimmo a stabilirci qui.”
La formica argentina, Italo Calvino

Più che nella formica, mi sono sempre ritrovata nello spirito della cicala, incurante del futuro, numerose volte le mie orecchie si son chiuse contro la paura dell’inverno e al posto di una chitarra o di una bella voce, ho usato le matite, la voglia di disegnare, come scusa per vedere il mondo. Anche se all’insetto proletario e prudente ho sempre risvolto sguardi ammirati e stupiti, forse delle volte anche invidiosi. Parafrasando un genovese famoso, quello che non ho è la tenacia per guadagnarmi il formicaio, anche se mio padre direbbe “…la voglia di lavorare”.

Così, come perfetta cicala, a settembre, messo tutto in saccoccia, sono andata alla fine del mondo per conquistarmi un’altra estate. Mai mi sarei aspettata di ritrovarmi nel regno delle formiche.

Ho letto, molti anni fa, un racconto di Calvino “La formica argentina”, di quei racconti che leggi, ne rimani turbata, ma poi li dimentichi. Non perchè non ti siano piaciuti, ma perchè non fanno appiglio a nulla del tuo presente. E poi risbucano fuori, proprio come quei pagliacci a molla rinchiusi male nelle scatole di cartone.

Le parole di Calvino hanno fatto capolino nella mia mente le prime sere di ritorno a casa dal Dispa, il teatro dove prestiamo servizio. Le strade del cono urbano sono un po’ come l’Argentina, un’insieme di cose diverse e astruse. Mattonelle, mosaici, asfalto, sabbia e formiche. Formiche ovunque. Facendo attenzione a schivare buche e sabbia, schivavo formiche. Infilando le chiavi nella toppa del cancello, non centravo il buco perchè guardavo formiche. Forse proprio perchè cicala, non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle impressionanti calligrafie che scrivevano sui muri, sull’asfalto, sugli alberi e, se mi fermavo troppo, anche su di me.

Così una sera mi sono decisa ad aprire google e a cercare il suddetto racconto. Scopro così che Calvino in Argentina non ha mai vissuto, ma che nel corso della colonizzazione europea del Sud America, le formiche, con spirito di avventura e, mi piace pensare, anche un po’ di rivalsa, si sono imbarcate su una nave e, sopravvivendo all’Atlantico, sono approdate in Portogallo. Da lì hanno iniziato ad invadere, che dico, a colonizzare, i formicai d’Europa, fino alla casa di Italo Calvino.

Addirittura il Re Vittorio Emanuele III con il primo ministro Benito Mussolini firmarono nel 1927 una legge “per la lotta contro la formica argentina”. Vinse il piccolo insetto.

É stato strano e complesso l’inizio di questa mia esperienza a testa in giù. Sono partita forse con troppa voglia di fare e curiosità verso ciò e con chi avrei disegnato, dimenticandomi che avrei dovuto lasciare un po’ di spazio nella mia mente a tutto ciò che di inaspettato e non calcolato questo paese e questa stramba casa-teatro mi tenevano al caldo. Mi sono fidata di ciò che avevo letto nei libri, mi sono preparata con Paolo Conte che mi parlava del Sud America e mi viene da ridere ripensandoci. Non ne sapevo nulla. Non ho mai pensato alle formiche.

Ma forse è giusto così, mi dico per alleggerirmi.

Quello che ho scoperto in questi cinque mesi di Argentina è che tutta l’area metropolitana di Buenos Aires è grande quasi quanto la Calabria. Quando l’ho scoperto, ero io la piccola formica. Che il cono urbano brulica come brulicano i nidi di insetti. I treni sono sempre troppo affollati e sono i veri mercati rionali di questo enorme formicaio. Gli alfajores mi piacciono. Il dulce de leche non ancora. Il cioccolato, soprattutto se fondente, è veramente difficile da trovare e un pacchetto di patatine può arrivare a costare anche 12 euro. Un pacchetto piccolo, gusto formaggio. Maldita è l’inflazione e Milei significa fame, recitano i muri. Le formiche argentine però vanno avanti, briciola dopo briciola, si ostinano a far provviste in questo lungo inverno. Come si ostinano le Abuelas di Plaza de Mayo a cercare con forza i loro nipoti rubati, come continuano i parenti a pretendere giustizia per i loro desaparecidos. Sono formiche, questi argentini, anche con le ore interminabili di mezzi per andare a lavoro, i corti di luce, il valore del pesos che diminuisce riescono a portare sulle loro spalle vite enormi, pesanti e dense. Di lotta, teatro, risate e mate.

Il formicaio che ci ha accolte è enorme e colorato. Pullula di vite diverse e a volte surreali che in modo ancora più strano si sono intrecciate in uno colorato macramè.

Le formiche del Dispa ci hanno accolto con dolci e gassosa una mattina di settembre e senza conoscerci ci hanno fatto spazio nei cunicoli della loro vita, condividendoci storie e momenti familiari, fiducia e lavoro. È difficile, a volte, interfacciarsi con le formiche, quando sei una cicala. Ma con ammirazione sto provando a lasciare spazio dentro di me alla tenacia che questo progetto e le persone che ne fanno parte mi stanno insegnando. Sto imparando ad avere fiducia negli eventi, a prepare il mate e le empanadas, ad ascoltare i bambini raccontare le loro giornate e ad accogliere gli sfoghi delle persone esauste che vengono da noi a chiedere vestiti perchè non sono abituate a chiedere ascolto.

Alla fine della fiaba, la formica accoglie la cicala e con lei condivide le provviste e il Dispa, da buon formicaio, apre le porte a chi abita il quartiere e anche a chi vive un poi più in là.

La gente che entra trova in questa tana l’arte, la musica, due gatte e per questi mesi anche quattro tanas (italiane) in balia dell’Argentina.

Non so come andrà quest’esperienza, ma sono contenta al pensiero che resterò ancora un po’ qui ad imparare a trasportare rami, foglie e pezzi di vita.

Un po’ meno cicala, un po’ più formica.